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Autore: Ottavia Salvalai


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SOVRAPPOSIZIONI E CONFINI TRA CODICE CIVILE E CODICE DEL CONSUMO NELLA COMPRAVENDITA DI ANIMALI DA AFFEZIONE

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 22728 del 25 settembre 2018, ha avuto modo di confrontarsi con l’acquisto di animali da affezione, valutando in particolare se la fattispecie trovi la propria disciplina nell’articolo 1496 c.c. (rubricato “vendita di animali”) e nella normativa da questo richiamata o se debba essere regolata dal Codice del Consumo.

Il caso sottoposto alla Corte riguarda l’acquisto, da parte di una persona fisica, di un cane di razza Pinscher risultato in un secondo momento affetto da grave cardiopatia congenita, che veniva comunicata dal padrone del cane al venditore dieci giorni dopo la scoperta, chiedendo la parziale restituzione del prezzo ed il risarcimento per il danno patito.

La qualificazione del contratto di acquisto dell’animale risulta allora fondamentale per stabilire la tempestività della denuncia del vizio: l'art. 1495 c.c., infatti, stabilisce un termine decadenziale di soli otto giorni per la denuncia da parte dell’acquirente; mentre l’art. 128 del Codice del Consumo (D.Lgs. n. 206 del 2005), in un’ottica di maggior tutela per il consumatore, prevede un termine di sessanta giorni per la denuncia del vizio.

Si ritiene opportuno trattare separatamente le due tematiche che si ritengono essenziali per la risoluzione del caso di specie, ovvero, rispettivamente, la qualificazione giuridica dell’animale da affezione e la risoluzione dell’apparente conflitto applicativo tra la disciplina prevista dal codice civile e quella del Codice del Consumo.

 

1.             La qualificazione giuridica dell’animale da affezione.

A partire dal XX secolo il problema della tutela della vita animale all’interno della società ha assunto un rilevante ruolo nel dibattito scientifico e giuridico, trovando un primo riconoscimento nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Animale, proclamata il 15 ottobre 1978 a Parigi, che rappresentato l’assunzione di responsabilità ineludibile da parte dell’uomo nei confronti degli animali.

Negli anni novanta, con la legge quadro del 14 agosto 1991, n. 281 in materia di tutela degli animali d’affezione e lotta al randagismo, lo stato italiano ha sancito il principio fondamentale della promozione e tutela degli animali d’affezione, con conseguente condanna degli atti di crudeltà contro gli stessi, dei maltrattamenti e del loro eventuale abbandono.

Nell’evoluzione della percezione dell’animale nella società moderna, il Trattato di Lisbona costituisce un ulteriore passo rilevante, riconoscendo agli animali la natura di esseri senzienti e dichiarando che le politiche dell'Unione “tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti, rispettando nel contempo le consuetudini degli Stati membri per quanto riguarda, i riti religiosi, le tradizioni culturali e il patrimonio regionale”.

Infine, la recente riformulazione dell'articolo 514 c.p.c. (introdotta con la legge numero 221 del 28 dicembre 2015) ha sancito l'impignorabilità degli animali che siano tenuti presso la casa del debitore o in altri luoghi che a lui appartengano, senza fini produttivi, alimentari o commerciali; nonché quelli impiegati ai fini terapeutici o di assistenza del debitore, del coniuge, del convivente o dei figli.

Si sta assistendo dunque ad un progressivo riconoscimento dell’animale come centro di affetto dell’uomo e per questo motivo ne vengono protette la salute e le condizioni di vita. 

Il nuovo ruolo riconosciuto all’animale si è riflesso anche nella giurisprudenza degli ultimi decenni, che ha dovuto affrontare in modo sempre più massivo la gestione del rapporto uomo-animale. Ne sono esempio alcuni provvedimenti di merito relativi alle tematiche dell’assegnazione degli animali di affezione in caso di separazione dei coniugi (Trib. Como Decreto, 03 febbraio 2016), o di soggettazione della persona anziana a una misura di sostegno (Trib. Varese Decreto, 7 dicembre 2011, Trib. Varese, 07 dicembre 2011); nel filone si inserisce il progressivo risarcimento del danno per l’uccisione dell’animale (Trib. Bari, 22 novembre 2011, Trib. Milano Sez. X, 30 giugno 2014) fino al riconoscimento del danno cagionato dalla perdita dell’animale anche al di fuori dei casi di danno conseguente a reato (Trib. Vicenza, 3 gennaio 2017).

Tratto costante delle pronunce giurisprudenziali è il riconoscimento della funzione affettiva svolta dall’animale da compagnia nei confronti del padrone, che s'inserisce in una di quelle attività realizzatrici della persona che la Carta costituzionale tutela all'art. 2 (Trib. Vicenza, 3 gennaio 2017, Trib. Pavia Sez. III, 16 settembre 2016) e configura quello che ad oggi è riconosciuto come un diritto soggettivo inalienabile dell’essere umano.

Il caso in commento offre allora l’occasione alla Suprema Corte per svolgere un’analisi approfondita del fenomeno descritto e di porre un punto fermo nella qualificazione dell’animale da affezione nel nostro ordinamento. 

Nonostante infatti l’uomo abbia da sempre manifestato verso gli animali, in quanto esseri senzienti, un senso di pietà e di protezione; l’ordinamento ha sempre riservato la capacità giuridica (ovvero la capacità di essere soggetti di diritti e di obblighi) alle sole persone fisiche e a quelle giuridiche. Coerentemente con la Suprema Corte ha confermato la qualificazione dell’animale da affezione quale bene giuridico. 

L’animale trova riconoscimento nell’ordinamento come mero oggetto di diritto, ovvero quale beneficiario della tutela apprestata dal diritto, ma non quale titolare di un diritto proprio alla tutela giuridica; l’animale rientra pertanto nella definizione di bene (mobile) che può formare oggetto di diritti ai sensi dell'art. 810 c.c..

 

2.             L’apparente conflitto applicativo tra la disciplina prevista dal codice civile e quella del Codice del Consumo.

L’animale che, in quanto bene mobile, può da un lato essere oggetto di compravendita ai sensi dell’articolo 1496 c.c., al contempo è un bene di consumo ai sensi dall’articolo 128 del Codice del Consumo che così definisce “qualsiasi bene mobile tranne i beni oggetto di vendita forzata; l’acqua e il gas, quando non confezionati e l’energia elettrica”.

Ai fini dell’applicabilità del Codice del Consumo non è, tuttavia, sufficiente che oggetto del contratto sia un bene di consumo, ma è anche necessario che l’acquirente della cosa sia un consumatore, ossia – come definito dall'art. 3 del Codice del Consumo – “una persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale e che concluda un contratto per la soddisfazione di esigenze della vita”.Il venditore è definito invece come “persona fisica o giuridica pubblica o privata nell'esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale”.

Il consumatore che acquista un animale d’affezione da un allevamento professionale conclude dunque un contratto che rientra astrattamente sia nella regolamentazione del codice del Consumo, che nella disciplina dell'art. 1496 c.c.. Quest’ultimo articolo, infatti, non solo non è stato abrogato dall’articolo 128 del Codice del Consumo, ma viene quotidianamente utilizzato per tutte le operazioni di compravendita, inter alia, di animali a fini commerciali.

Per dare una soluzione al caso in questione, allora, è necessario stabilire quale tutela prevalga.

Il Codice del Consumo è stato introdotto nel nostro ordinamento mediante il recepimento della normativa europea, che ha mira a garantire al consumatore – ritenuto soggetto “debole” nella contrattazione – un maggiore grado di tutela. Ciò è avvenuto inizialmente mediante l’inserimento degli art. 1519 bisc.c. e seguenti del Codice Civile e successivamente mediante la scorporazione dal Codice Civile di tutte quelle norme, preesistenti, che coinvolgevano il consumatore.

L’introduzione del Codice del Consumo nel nostro ordinamento non ha dunque abrogato le corrispondenti disposizioni codicistiche, che continuano a trovare applicazione tra professionisti e persone giuridiche, nonché, sulla base del rinvio esercitato dall’art. 38 del Codice del Consumo, in tutto quei casi ove manchi, o risulti meno tutelante, la disciplina specifica prevista dal Codice del Consumo.

Esistono, quindi, molteplici fattispecie che hanno un (potenziale) doppio binario di protezione, uno più garantista nel codice del consumo ed uno più rigido nel codice civile.La regola generale per individuare la fonte normativa è quella dettata dall’articolo 142 del Codice del Consumo, il quale stabilisce che le disposizioni del codice civile contenute nel titolo "Dei contratti in generale" "si applicano ai contratti del consumatore, ove non derogate dal codice del consumo o da altre disposizioni più favorevoli per il consumatore". 

L'evoluzione del sistema normativo nel suo complesso e, in particolare, la sopravvenuta disciplina posta a tutela del consumatore si è riflessa sulle norme codicistiche che regolano la compravendita, dando prevalenza all’applicabilità del Codice del Consumo, in virtù del criterio di interpretazione sistematica e adeguatrice delle fattispecie.

I giudici non possono dunque che tenere in considerazione la preferenza del legislatore per la normativa del Codice del Consumo relativa alla vendita ed un conseguente ruolo "sussidiario" assegnato alla disciplina codicistica.

Considerate dunque le nozioni di consumatore, di bene di consumo e di venditore adottate dal Codice del Consumo, non può dubitarsi che la persona fisica che acquista un animale da compagnia (o d'affezione), per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente esercitata, vada qualificato a tutti gli effetti consumatore; e che vada qualificato venditore, ai sensi del Codice del Consumo, chi nell'esercizio del commercio o di altra attività imprenditoriale venda un animale da compagnia; quest'ultimo, peraltro, quale cosa mobile in senso giuridico, costituisce un bene di consumo. In tema di garanzia per i vizi della cosa venduta dovrà applicarsi, dunque, non il breve termine di decadenza di otto giorni dalla scoperta del vizio previsto dall'art. 1495 c.c., ma il più lungo termine di due mesi dalla scoperta previsto dall'art. 132 del Codice del Consumo.

In conclusione, ad opinione di chi scrive, nonostante la sentenza in commetto abbia contribuito a porre un’ulteriore punto fermo nella tematica in esame, permangono alcune questioni insolute che richiederebbero l’intervento del legislatore.

La prima questione inerisce la definizione di quali siano, per il nostro ordinamento, gli animali da affezione o da compagnia.

Vi rientrano i cani e i gatti, oltre che per percezione comune, anche in forza di quanto stabilito dalla legge numero 281 del 1991.

L'Unione Europea dal canto proprio fornisce un’elencazione più ampia nel regolamento n. 576/2013 sui movimenti a carattere non commerciale degli animali da compagnia, che definisce all’articolo 3 «animale da compagnia»: i cani e i gatti, i furetti, gli invertebrati ad eccezione di api, bombi, molluschi e crostacei, gli uccelli, i rettili, gli anfibi, gli animali acquatici ornamentali e i mammiferi roditori e conigli ad eccezione di quelli destinati alla produzione alimentare. Resta aperta la questione per gli equini, per gli animali selvatici addomesticati e potenzialmente molte altre specie, tenendo in considerazione la storica mutabilità e soggezione alle mode del concetto di animale da affezione.

Resta inoltre aperta la questione della figliazione degli animali da compagnia; il padrone della partoriente ha infatti la possibilità di ricavare un guadagno dalla vendita – legittima – dei cuccioli, pur senza che tale occasione di businessvenga svolta a livello imprenditoriale e pertanto senza che possa essere definito venditore ai sensi del Codice del Consumo. Tale ipotesi permarrà regolamentata secondo la disciplina del codice civile, con evidente disparità di trattamento per l’acquirente del cucciolo che in caso di vizi sopravvenuti potrà ricevere tutela solamente se denunciati entro il termine di otto giorni, anziché i più garantisti sessanta previsti dal Codice del Consumo. 

Tali considerazioni potrebbero allora offrire uno spunto per una riflessione di più ampio respiro che spinga il legislatore a regolamentare in modo più uniforme le diverse realtà economiche (dai canili, agli allevamenti ai privati) potenzialmente coinvolte nel commercio degli animali da affezione.

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